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Il coraggio di non piacere: come liberarsi dalla paura del giudizio altrui

Ma se faccio questo, che cosa penseranno?

E se dico questo, che cosa mi diranno?

Ragazzi, chi di noi, almeno per una volta, non ha avuto paura del giudizio altrui? Io un sacco, e ci sto ancora lavorando su. Motivo per cui ho ascoltato l’audiolibro “Il coraggio di non piacere” di Ichiro Kishimi e Fumitake Koga.

Oltre ad essere un libro molto piacevole da ascoltare – in quanto scritto in forma dialogica, e quindi ascoltarlo implica quasi “origliare” un discorso tra due persone, come se stessimo ascoltando Socrate e Platone parlare delle idee – è anche pieno di spunti di riflessione interessanti.

Ecco, nei miei articoli non vorrei proporvi i pensieri di ciò che leggo e studio come verità assolute. Certo, ci sono delle cose più “scientifiche” che non posso esimermi da presentarvi in questo modo, ma altre, come le riflessioni di questo libro, che mi piacerebbe esporvi per sapere cosa ne pensate, se vi ritrovate, se questi concetti vi risuonano.

Insomma, non prendetemi come oro colato e prendete da ciò che vi dico solo quello che vi serve, vi ispira, vi emoziona (e non dimenticate di dirmelo! voglio sapere cosa ne pensate).

Per cui.. iniziamo!

1. Sei l’unico che si preoccupa del tuo aspetto

Più o meno all’inizio, il vecchio filosofo racconta questo aneddoto: un adolescente si guarda allo specchio, preoccupato e ansioso della propria immagine, e la nonna lo guarda e dice: “Sei l’unico che si preoccupa del tuo aspetto”.

Questa frase mi ha molto colpita, perché a volte (prima mi capitava di più) capita anche a me di guardarmi allo specchio e notare delle cose che non mi vanno bene, dal piccolo brufolino ai capelli che magari quel giorno proprio non volevano saperne di uscire bene, e magari questo succede proprio quel giorno in cui devo fare qualcosa di speciale (considerando il covid, che sfiga).

La saggia nonna del racconto, in realtà, coglie un punto fondamentale: spesso gli altri nemmeno se ne accorgono delle nostre imperfezioni. Anzi, a volte può capitare che ciò che a noi non piace di noi, agli altri piaccia.

Un esempio? Mi sono sempre sentita un po’ a disagio con gli occhiali, forse anche perché non ero abituata a vedermici. Tempo fa ho visto i miei amici e li ho indossati perché stavamo studiando insieme, e mi hanno fatto i complimenti dicendo che stavo bene!

Assurdo, no? Dopotutto, ha senso. La bellezza è soggettiva, persino la nostra! Non ha quindi senso ossessionarci su ogni nostra piccola imperfezione – per carità, voler migliorare ciò che non ci piace di noi è positivo – però, rimaniamo consci di farlo per noi stessi e non per gli altri, perché non possiamo sapere che cosa piaccia o no a loro, e quindi non avrebbe senso basarsi su questo.

 

2. Il concetto di “compito”

Per la psicologia adleriana, punto cardine del libro, il concetto di compito è molto importante, soprattutto nelle relazioni interpersonali. Secondo Adler, infatti, quando ci troviamo di fronte a una situazione complicata, tutto ciò che dovremmo fare è chiederci “di chi è questo compito?”.

Ciò dovrebbe anche aiutarci a mantenere la giusta distanza dalle persone. Conoscete la metafora del riccio di Schopenhauer? Immaginiamo di essere dei ricci: la giusta distanza ci permette da un lato di non pungerci a vicenda – cosa che faremmo se troppo vicini, ma comunque di beneficiare del calore reciproco, impossibile da troppo lontani.

Infatti, se la risposta a “Di chi è questo compito?” è “l’altra persona”, e noi comunque ci ostiniamo a comportarci come se fosse nostro, staremo interferendo con i compiti degli altri (e soprattutto lasceremo gli altri interferire con i nostri, perché non avremo dei confini ben marcati).

Insomma, credere nelle persone che ti stanno vicine è tuo compito. Ma il modo in cui queste persone agiscono in relazione alle tue aspettative, è un loro compito. Quando imponi le tue aspettative senza aver messo dei paletti, prima di accorgertene cominci ad essere invadente. 

Inoltre, interferire con i compiti altrui e farsene carico, rende la vita pesante e faticosa. Quando ci arrovelliamo sui comportamenti di qualcuno o su una situazione spiacevole, dobbiamo imparare a dire (e mi ci metto dentro, da brava overthinker): “Da qui in poi, non è compito mio.” 

Collegandoci al punto precedente, potremmo quindi dire che il giudizio degli altri è compito loro, e tu non puoi farci nulla

Ciò che l’altra persona pensa di me – se mi apprezza oppure no – è compito suo, non mio. Se temi che gli altri ti guardino e ti giudichino, e vuoi la loro approvazione, non hai diviso i compiti! Dai per scontato che i compiti degli altri siano tuoi. Ciò che gli altri pensano è compito loro, non puoi controllarlo.

E poi, non è compito tuo risultare gradito alle persone, ma compito loro capire se piaci o no a loro.

Se tu non vivi per soddisfare le aspettative altrui, ne consegue che gli altri non vivono per soddisfare le tue. Qualcuno potrebbe non comportarsi come desideri, e va bene così, è normale e giusto così.

come liberarsi dalla paura del giudizio altrui

3. Il desiderio di approvazione: la metafora del sasso

Se ti chiedessi, che cosa potresti fare per non essere disapprovato, che cosa mi risponderesti?

Pensaci ancora un po’…

Esatto! Niente

Per non essere disapprovato, non devi fare proprio niente! Ma che vita sarebbe?

Non voler essere disapprovati dagli altri è però un desiderio e un impulso naturale. Kant lo chiamava inclinazione, e usava il termine per riferirsi a desideri istintivi e impulsivi. Questa è la sua metafora: quando temiamo il giudizio degli altri, viviamo come dei sassi che rotolano giù e seguono le inclinazioni – appunto – della discesa, facendosi sballottare qua e là. Non abbiamo il potere di decidere dove andare, non sono liberi, ma in balia degli altri, delle “insenature” della montagna su cui stiamo rotolando. La vera libertà equivale, invece, a “spingere dal basso il proprio sé in caduta”.

Il sasso è infatti inerme: una volta che ha iniziato a rotolare, continua finché non si sottrae alle leggi naturali della gravità e dell’inerzia. Ma noi, non siamo sassi, bensì, esseri capaci di resistere all’inclinazione. Possiamo fermare il nostro sé in caduta e risalire la china.

Probabilmente il desiderio di approvazione è un impulso naturale, ma vuoi davvero continuare a logorarti come un sasso che rotola, fino ad essere continuamente levigato? E quando sarai rimasto solo una pallina senza la minima forma, potrai dire di essere “vero”, di essere veramente tu? Non penso.

A me ha fatto tantissimo riflettere, pensiamoci su.

 

4. La libertà

Questa frase è davvero potente e mi ha illuminata.

La disapprovazione degli altri nei tuoi confronti è la dimostrazione che eserciti la tua libertà e che vivi nella libertà e nel rispetto dei tuoi principi. 

Cioè, sicuramente è angosciante essere disapprovati da qualcuno, se possibile si preferirebbe evitarlo, ma comportarsi in modo da non essere disapprovati da nessuno significa rinunciare alla libertà

Inoltre, quando cerchiamo l’approvazione degli altri e siamo schiavi del loro giudizio, in fin dei conti, viviamo la vita degli altri. 

Il profondo desiderio di approvazione sfocia in una vita passata a soddisfare le aspettative di chi tu vuole che sia una certa persona. In altre parole, sacrifichiamo il nostro vero “io” per gli altri.

Possiamo quindi dire che:

Il coraggio di essere felici contiene quindi anche il coraggio di essere disapprovati.

6. La vita come viaggio e non come “linea”

Tralasciando il tema del giudizio altrui, a fine libro gli autori propongono una riflessione sulla vita e su come la si vede.

Lo so, dopotutto ho 20 anni e della vita non so proprio nulla, ma a volte sento l’ansia di raggiungere qualcosa, come se dovessi arrivare da qualche parte, e questa riflessione mi ha aiutata a capire che non ha molto senso pensarla così. 

Mi spiego meglio.

L’autore dice che a volte – soprattutto nella nostra società –  si tende a vedere la vita come una scalata, vediamo l’esistenza come una linea, come se ci fosse una linea che è iniziata non appena siamo venuti al mondo e che si prolunga fino ad arrivare a una “cima”. 

L’autore dice “No, proviamo a vederla invece come una serie di puntini!”

Infatti, se prendiamo una lente di ingrandimento e guardiamo una linea disegnata con un gessetto, scopriamo che in realtà è formata da una serie di puntini. Questo significa che l’esistenza, apparentemente lineare, è una successione di puntini.

Ovvero, secondo l’autore la vita è una serie di momenti che si chiama presente.

La vita esiste solo nei momenti, e noi possiamo solo viverli. 

Vedere la vita come una linea può esserci utile, perché ci dà l’illusione di pianificarla. Ma non possiamo pianificare ogni cosa: a volte dobbiamo vederla come una serie di puntini.

A questo proposito, l’autore suggerisce di vivere come se stessimo danzando.

L’obiettivo della danza è, infatti, danzare, non arrivare da qualche parte. Naturalmente nella danza può capitare di arrivare da qualche parte per aver danzato, siccome stiamo danzando non restiamo nello stesso posto, ma non c’è alcuna destinazione.

Se viviamo come linee, vediamo la vita come in potenza, definito “DINAMIS”. Invece, quello a cui si riferisce l’autore, è vivere come ENERGHEIA, in atto.

In particolare, l’autore cita Aristotele, dicendo:

Aristotele diceva che il moto ordinario, detto KINESIS, ha un punto iniziale e uno finale. Il movimento dall’uno all’altro è ottimale se eseguito nel modo più efficace e rapido possibile. Se puoi prendere un treno espresso, non è necessario usare il locale che ferma in tutte le stazioni. E la strada che si imbocca per arrivare a destinazione è incompleta, nel senso che l’obiettivo non è ancora stato raggiunto. Questa è la vita in POTENZA, perché è a metà strada.

L’ENERGHEIA invece è un tipo di movimento per cui ciò che si sta formando ora, è ciò che è stato formato. É un movimento in cui il processo viene visto come risultato: la danza è così, e anche il viaggio.

 

6. Punta la luce sul presente

Questa metafora mi è piaciuta da impazzire! 

Ultimo spunto per liberarsi dalla paura del giudizio altrui è pensare di essere sul palcoscenico di un teatro. Dato che abbiamo detto di vivere come “danzando”, pensiamo quindi a questo: siamo sul palcoscenico della vita e stiamo danzando nel presente.

Guardiamo il pubblico: se le luci sono accese, probabilmente riusciamo a vedere fino in fondo alla sala. Ma se siamo sotto un riflettore, non distinguiamo neppure la prima fila.

Cioè, se ci concentriamo sugli altri, sul passato o sul futuro, è come se puntassimo i riflettori fuori da noi stessi, fuori dal nostro presente. Se però puntiamo il riflettore su di noi, sul momento presente, il resto non esiste più.

Mi ha colpito moltissimo, perché – per chi è mai salito su un palco – è davvero azzeccatissima. Canto da quando avevo 13 anni, e le prime volte mi ricordo che tremavo tantissimo quando salivo sul palco per cantare ai concerti del liceo. Avevo il terrore di sbagliare qualcosa, di dimenticarmi il testo, di trovare nel pubblico degli sguardi di disprezzo. Ansia.

Poi, le luci si spegnevano, e all’improvviso non esisteva nulla se non il mio microfono, e il resto era buio. Questa cosa può sembrare stupida, ma mi aiutava molto a concentrarmi su di me. Così, non avevo scelta se non quella di pensare solo al mio respiro, alle mie mani sul microfono, alla canzone. Iniziavo a cantare, entravo nello stato di flow ed esistevo solo io e la mia voce. Era bellissimo, e prima di accorgermene avevo già finito e avevo dato il meglio di me, senza errori che l’ansia mi avrebbe probabilmente lasciato fare.

Capite quindi cosa intende l’autore?

Quando pensiamo troppo agli altri, o a qualsiasi cosa che non sia NOI STESSI IN QUESTO MOMENTO, rischiamo di puntare i riflettori su altro e dimenticarci di ADESSO e di noi stessi.

Il coraggio di non piacere: come liberarsi dalla paura del giudizio altrui

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